A seconda del periodo storico preso in esame il tatuaggio assume contorni sociali contrastanti. Da segno di élite a marchio infamante ha sempre diviso e nel contempo affascinato. Tra detrattori ed estimatori, questa controversa pratica affonda le radici nella notte dei tempi come testimoniato dal ritrovamento di Ötzi, avvenuto nel 1991 al confine tra Italia e Austria, che pare sia vissuto tra il 3350 e il 3100 a.C.; sul suo corpo mummificato compaiono oltre una cinquantina di tatuaggi – linee, croci e circoli – disposti in corrispondenza dei punti di agopuntura. Gli esperti ritengono che l’uomo soffrisse di reumatismi e tali segni sono la testimonianza che il tatuaggio gli era stato praticato come rimedio per placarne i disturbi.
Ne troviamo tracce già nella Bibbia, dove se ne proibisce l’uso (Lev. XIX.28: “Non farete incisioni sulla vostra carne a causa di un morto; e non farete figure o segni sopra di voi”).
Un divieto che fa sorridere se pensiamo che 500 anni fa, attorno al Santuario della Santa Casa di Loreto, non erano i reietti della società a tatuarsi ma i pellegrini provenienti da ogni parte d’Europa. Che per tenere vivo il forte ardore devozionale si affidavano ai punteruoli dei marcatori, facendosi tatuare simboli sacri e religiosi.

TRA ALTI E BASSI

Nel corso dei secoli, con andamento altalenante, il tatuaggio ha vissuto momenti di forte espansione: durante i periodi bellici, per esempio, a causa della lontananza da casa e dai propri affetti, ma soprattutto come amuleto protettivo per scongiurare il peggio in battaglia, marinai e soldati, categorie già inclini a istoriarsi il corpo, ricorsero con maggiore frequenza a visitare gli studi di tatuaggi. Così come momenti bui e di repressione: vedi gli anni del proibizionismo newyorchese, 1961, periodo che per contrapposizione stessa del divieto vide un aumento esponenziale del numero dei tatuati, tanto che il governo preferì togliere il tabù provvedendo piuttosto a regolamentare seriamente il settore.

IL TATUAGGIO IN ITALIA

Sul finire del secolo scorso il tatuaggio in Italia ha iniziato a vivere il suo periodo di boom, con l’organizzazione delle prime tattoo convention. Da quella milanese all’Indian Saloon di Bresso nel 1992, alle porte di Milano (forse la prima in assoluto sul suolo italico, in un locale biker che oggi non esiste più), che contava la presenza di una quindicina di tatuatori. Passando per l’edizione bolognese del 1993, divenuta in breve tempo di portata internazionale e che di tatuatori ne contava invece quasi un centinaio. A Milano nel 1995 entra in scena la Milano Tattoo Convention, oggi considerata l’evento clou italiano, una kermesse di forte richiamo per operatori provenienti da ogni parte del mondo e che si appresta a festeggiare il quarto di secolo con la prossima edizione targata 2020. Nel 1994 viene editata la prima rivista specializzata dedicata al tatuaggio, Tattoo Revue, a cui seguiranno Tattoo Energy, l’Annuario Tatuatori Italiani ed Europei e altre riviste d’importazione quali Tattoo, Savage, Skin Energy.

Il termine tattoo lo dobbiamo al capitano inglese James Cook, che di ritorno da Tahiti, nel 1769, riporta sui suoi diari le esperienze dirette vissute a contatto con gli aborigeni che si tatuavano. L’utilizzo delle bacchette che picchiettano tra loro, per spingere gli aghi sotto pelle (pratica peraltro tra le più dolorose che esistano!), generava un rumore simile a “ta tau o tau tau”. Il capitano, per onomatopea, tradusse questo suono in tattoo, termine che quotidianamente utilizziamo al pari, se non con maggiore di frequenza, di tatuaggio.

Filippo Bocca

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